Mirdita

La sveglia giunse attraverso le moleste voci degli altoparlanti, avvisando dell’imminente apertura dei bar situati sul ponte otto e nove.
Prima di ciò solo il rollio dei motori e l’incalzante sciabordio delle onde, al ritmo del lento incedere della nave, avevano osato disturbare il sonno dei viaggiatori.
La sera antecedente una moltitudine eterogenea di vite si era imbarcata dal molo di Bari, invadendo ogni pertugio di quel ventre metallico che li avrebbe cullati fino a destinazione.
Sui loro visi l’espressione di chi avrebbe gradito ulteriori ore di sonno sfumò quasi immediatamente nel piacere di un ricongiungimento da troppo atteso. Quell’alba destava ricordi.
I viaggiatori abbandonarono immediatamente i loro giacigli di fortuna per riversarsi sui ponti di prua. Lo sguardo rivolto oltre i parapetti sondava, lontano nell’orizzonte, una indefinita linea frastagliata di terra.
Alcuni tra i più anziani, nonostante la distanza, si prodigavano già in pretenziose osservazioni sulle differenze che i loro occhi potevano cogliere. Non si trattava unicamente di fantasie poiché molti di essi quel litorale lo conoscevano da sempre.
Altri invece osservavano in religioso silenzio la costa venirgli incontro. Un abbraccio tra due amanti lungo infiniti attimi.
Vi erano tra i più giovani alcuni che affrontavano la traversata per la prima volta, ma che ciononostante avrebbero potuto dispensare osservazioni alla stregua dei più anziani. In quel panorama trovavano conferma i racconti con cui erano cresciuti.
Non un viaggiatore a poppa ad osservare ciò che ci si lasciava alle spalle oltre la distesa blu dell’Adriatico. Non un viaggiatore attardatosi sottocoperta tra le pieghe del sonno.
Tutti gli sguardi rivolti a prua.
Tutti gli sguardi rivolti all’Albania.